Quinta Edizione – 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ATTI del V Forum Nazionale contro la mafia

Università degli Studi di Firenze,

Aula Magna edificio D6 del Polo delle Scienze Sociali di Novoli

13 e 14 Ottobre 2009

 

INTRODUZIONE

Quest’anno il Forum Nazionale contro la mafia giunge alla sua quinta edizione, deciso ancora una volta a riaprire il confronto, il dialogo, l’informazione, la mobilitazione di quanti credono che sia indispensabile continuare a non sottovalutare questa nera pagina del nostro Paese.

Il Forum è un’iniziativa degli Sudenti di Sinistra, con la collaborazione dell’ANPI e dell’associazione “Tra i familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili” e con il patrocinio della Regione Toscana, del Comune e della Provincia di Firenze.


Il Forum nasce dall’esigenza di riaprire il confronto, il dialogo, l’informazione, la mobilitazione di quanti credono che sia indispensabile continuare a non sottovalutare questa nera pagina del nostro Paese. Abbiamo scelto di parlare di mafia tramite un Forum, perché a nostro avviso è un modello che funziona (a partire dall’esperienza fiorentina del 2002) per coinvolgere tutti coloro che, impegnati quotidianamente nella lotta alla mafia, vogliano intervenire per portare la loro esperienza.


Il fenomeno mafioso continua ad essere al centro dell’informazione e dell’attività giudiziaria. L’aspetto più allarmante però rimane la sua capacità di condizionare la vita di migliaia di persone sotto forma di una giustizia e di un sistema economico paralleli, che mettono solo apparentemente alla berlina lo Stato, perché è proprio della Politica che oggi si alimenta questo fenomeno, diventandone talvolta il baricentro attraverso connivenze, rapporti clientelari e appoggi economici.


È mortificante come la mafia sia ancora attuale, irrisolta e anzi continui ad essere quasi un fenomeno di costume, che ci identifica. Ancora oggi la mafia persiste nel gestire numerose attività economiche tenendo sotto il giogo di minacce ritorsive e di rapporti di dipendenza numerosi cittadini.

Tuttavia, come un copione destinato a ripetersi all’infinito, numerosi eventi e i loro retroscena sono ancora avvolti da una fumosa aura di mistero, nonostante l’incessante opera di alcuni coraggiosi.


Ad oggi, attraverso recenti indagini e nuove dichiarazioni che sono tornate alla ribalta ancora una volta annose vicende. Ciò che sembrava quasi caduto nel dimenticatoio torna a ricordarci che c’è ancora molto da scoprire sulle stragi, sugli impegni e le promesse contrattate tra burattinai.


Per tutto questo, il Forum continua a parlare, a rivolgersi a tutti gli studenti e a tutti i cittadini dalle aule dell’università con il preciso scopo di fare di questo luogo una meta d’incontro e di scambio e non un semplice luogo di permanenza a tempo più o meno determinato.
Inoltre, sentiamo forte l’esigenza di parlare di queste tematiche all’interno dell’Università, che, anche e forse soprattutto, in questa fase di suo totale svilimento, riteniamo debba continuare ad essere un centro di alta formazione e cultura.
É
importante non perdere mai la cognizione di ciò che è stato per dare,poi, impulso a nuove forme di attivismo, perché la Legalità parte dalla coscienza che ciascuno ha di interiorizzare le norme del vivere civile e dall’esplicita osservanza dei principi che ne garantiscono il reciproco rispetto.


È da tutto questo che si snodano due giorni ricchi di incontri e dibattiti, alla presenza di alcuni dei maggiori esponenti del mondo della giustizia, dell’informazione, e dell’ambito associativo, che hanno fatto della lotta alla mafia un impegno costante ed un’etica di vita.

Don Milani scriveva: “[...] Educare alla legalità significa elaborare e diffondere un’autentica cultura dei valori civili, una cultura, che sviluppa la consapevolezza che condizioni quali dignità, libertà, solidarietà, sicurezza, non possano considerarsi come acquisite per sempre, ma vanno perseguite, volute e, una volta conquistate, protette [...]. Posso solo dir loro che essi [i suoi ragazzi] dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perchè siano cambiate.”

Martedì 13 OTTOBRE

 h 10.00 – Plenaria: “Mafia, edilizia e sanità”

INTERVENTO DI PRESENTAZIONE:

Buongiorno, benvenuti a questa prima plenaria della Quinta edizione del Forum Nazionale contro la mafia. Prima di dare la parola ai nostri ospiti, permettetemi di introdurre brevemente l’argomento della plenaria, esprimendo anche qualche nostra riflessione in merito. Quest’oggi vorremmo approfondire il tema dei rapporti tra mafia, sanità ed edilizia.

Sanità ed Edilizia sono due dei settori sui quali le organizzazioni mafiose esercitano maggiormente le loro azioni lucrose e criminali.

Questi due ambiti sono considerati i terreni maggiori e economicamente più redditizi della corruzione e rappresentano il grande mare dove si incontrano le necessità politiche e quelle della criminalità organizzata, con la parte politica che in cambio di voti e di appoggio favorisce l’ingresso malavitoso all’interno della gestione di questi settori.

I reati della mafia in questi settori sono di gravissima entità perchè toccano aspetti fondamentali della vita delle persone, come le loro abitazioni o la loro salute, arrivando a mettere in pericolo la vita di moltissimi innocenti. Un esempio lampante è quello che riguarda l’Ospedale di Agrigento San Giovanni di Dio, che probabilmente dovrà essere abbattuto per completa inagibilità a solo 5 anni dalla sua costruzione, poichè oltre allo stato di insufficienza delle procedure igieniche è stato dimostrato che l’edificio è stato costruito con materiali inadatti come l’ormai ben noto calcestruzzo depotenziato che tanto va di moda nella costruzione delle strutture, specie se pubbliche proprio come se si dovessero costruire castelli di sabbia. O ancora, il caso dei crollo dell’Ospedale San Salvatore dell’Aquila e della Casa dello Studente sempre all’Aquila, in occasione del terremoto dello scorso aprile. Ma i tentacoli della mafia s’insinuano anche nella sanità pubblica: ad esempio è nota l’indagine, tutt’ora in corso, della Procura di Bari sul sospetto di corruzione tra enti pubblici e fornitori sanitari.

I reati mafiosi che vanno ad incidere in questi settori sono forse meno visibili sui media rispetto agli omicidi e alle stragi, ma sono probabilmente i più letali poichè andranno a colpire inevitabilmente un grande numero di persone inconsapevoli del fatto di essere a contatto con la mafia e che comunque ne faranno a pieno le spese. Non si parla di questi reati poichè c’è una volontà ben determinata di volerli mantenere celati, una volontà che è non solo della mafia, ma anche dell’altro soggetto coinvolto, lo Stato.

Cercheremo di capirne di più grazie ai contributi dei nostri ospiti:


GAETANO PACI,
Procuratore generale della DDA di Palermo

ROSARIO CAUCHI, Giornalista

Grazie.

REPORT DELLA PLENARIA:

Sui legami tra mafia e edilizia è intervenuto Rosario Cauchi, che ha sottolineato come quasi la metà delle imprese d’Italia sono concentrate nel Centro-Sud. “I cosiddetti tentacoli della mafia – ha aggiunto – riescono nell’edilizia a raggiungere il Nord garantendo notevoli introiti ad una S.p.a. che ha un profitto annuo stimato, in base agli ultimi dati, di 130 miliardi delle vecchie lire”. Questo avviene grazie al sistema degli appalti e dell’edilizia pubblica e privata che spinge la mafia siciliana “oltre quelli che sono i confini naturali della regione”.

Gaetano Paci ha aperto il suo intervento sottolineando l’importanza del Forum, “iniziativa unica nel panorama nazionale che certamente costituisce un momento di riflessione e di analisi molto intelligente e originale”. Paci ha posto tre domande sul tema dei rapporti tra mafia e sanità: “È un rapporto che si alimenta esclusivamente con qualche caso contingente o è invece un sistema di relazioni organiche? Esiste in Italia una questione criminale legata alla gestione della sanità pubblica e privata? E se esiste in tutto il paese, quella che esiste in Sicilia è omogenea al resto del paese oppure ha una sua specificità?”.

Per rispondere a tali quesiti, Paci ha esposto alcuni episodi recenti particolarmente significativi, tra cui le indagini iniziate nel 2000 sulla sanità torinese che hanno portato all’arresto del direttore generale del più grande ospedale piemontese, terzo nel paese e, qualche anno dopo, sempre a Torino, la stessa sorte toccherà al direttore generale della sanità piemontese. “Un fondamentale strumento di indagine sono le intercettazioni” ha proseguito Paci citando il caso della clinica “Santa Rita” di Milano proprio perché non aveva a che fare con la mafia, ma “se dovesse passare il progetto del governo sulle intercettazioni noi non verremmo più a sapere di altri casi ‘Santa Rita’ o analoghi”.

Paci ha concluso affermando che “il quadro dimostra che esiste una questione criminale legata alla gestione della sanità pubblica, che non si limita alla Sicilia, ma riguarda tutto il paese in maniera abbastanza omogenea e si tratta di relazioni sistemiche, di potere, di autotutela”.

 h 16.00 – Plenaria: “La mafia è morta?”

INTERVENTO DI PRESENTAZIONE:

Buongiorno, e benvenuti alla plenaria di questo pomeriggio, dal titolo “La mafia è morta?”. Questo interrogativo porta con sè una sfumatura chiaramente provocatoria. La mafia è realmente passata a miglior vita?…in un certo senso la risposta potrebbe essere positiva…nel senso che sembra scomparso un certo tipo di mafia ed ora essa vive sicuramente una quotidianità molto più facile; non è più soltanto una organizzazione malavitosa relegata alla latitanza.

Di mafie ne esistono tante, o meglio, esistono tanti fenomeni di criminalità organizzata con una comprovata capacità di rapidi adeguamenti alle trasformazioni intervenute nel contesto economico e sociale. Forti di un atavico radicamento territoriale, mantenuto costante nel tempo, ed irrobustite da disponibilità finanziarie sempre crescenti, hanno acquisito una sempre maggiore capacità di condizionamento ed inquinamento del nostro intero tessuto sociale.

Ripercorriamo allora la sua storia, fatta di stragi, vicende personali e di indagini che ancora oggi non hanno messo la parola fine a questi eventi drammatici, tornando quasi ciclicamente in primo piano. Molti dicono che la mafia non esiste più, che essa è un fenomeno ormai antico e debellato e che forse continua a vivere solo nella forma mentis di pochi. Ma nella realtà essa ha semplicemente cambiato veste; è diventata imprenditrice di successo, agenzia di collocamento, sistema parallelo di sicurezza, fonte di credito….ma a che prezzo? Il prezzo risulta essere ancora la libertà individuale di esprimersi e di agire legalmente in uno Stato si presenta come primo difensore dell’antimafia ma che in privato con essa collabora ed interloquisce. Ci sono poi pochi che non prestano il fianco a determinate dinamiche ma che anzi si adoperano incodizionatamente per fare in modo che ciò sia evidente a tutti, mettendo a rischio buona parte della propria vita e della propria libertà.

Vorremmo oggi cercare di capire meglio questo fenomeno di trasformazione: ad un certo punto della storia italiana, dopo la stagione stragista che ha fatto piangere, indignare e mobilitare tanta parte del Paese, la mafia ha smesso di sparare e di insanguinare così massicciamente le città. Cosa è accaduto? Sono state avviate delle trattative tra Stato e mafia? Che cosa c’era scritto nel famoso “Papello”, ritornato dopo tanti anni sulle prime pagine dei giornali, per le dichiarazione di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, condannato per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa? Chi ha rubato e dov’è finita l’”Agenda rossa” di Paolo Borsellino, dove il magistrato annotava le considerazioni più private sulle sue indagini e scomparsa dalla sua borsa dopo la strage di via D’Amelio? Che ripercussione può avere sul nostro presente la riapertura delle indagini sulla strage del ’92?

Tenteremo di rispondere ad almeno alcune di queste domande, con gli ospiti di oggi:

PIERCAMILLO DAVIGO, Magistrato, Giudice alla Corte Suprema di Cassazione

GIOVANNA MAGGIANI CHELLI, portavoce dell’Associazione ‘Tra i familiari delle vittime di Via dei Georgofili’

SILVANO SARTI, Presidente provinciale ANPI

RINO GIACALONE, Giornalista

GIUSEPPE LO BIANCO, Giornalista e scrittore

LORENZO SIGNORI , del Presidio San Pietro di Rosà

ANDREA BIGALLI, vicepresidente di “Libera Toscana”,

Grazie.

REPORT DELLA PLENARIA:

Giovanna Maggiani Chelli ha sottolineato come, non solo la mafia responsabile delle stragi del ’92-’93 è viva, ma continua ad ottenere quello che vuole, al contrario dei familiari delle vittime, che hanno molta difficoltà a ottenere i dovuti risarcimenti: “sono anni che noi diciamo che il sistema di confisca dei beni non funziona, ma sono delle risorse troppo succulente per i politici”.

Anche Rino Giacalone ha affermato che la mafia non è morta, ma è cambiata nella sua organizzazione, nel senso che “non è più verticistica, ma federale”. Giacalone ha sottolineato come la mafia continui a prosperare per via della costante collusione tra criminalità organizzata e Stato e ha citato l’esempio del bandito Giuliano per mostrare come non sia un fatto limitato alla trattativa degli anni ’90.

Un altro ostacolo alla lotta alla mafia è rappresentato dal messaggio che si cerca di diffondere: “A Trapani un tempo si diceva che la mafia non esiste – ha proseguito il giornalista – ora si dice che è stata sconfitta; ma il messaggio che si vuole far passare è lo stesso”. Giacalone ha sottolineato inoltre che se da un lato si rende omaggio ai giornalisti morti per mano della mafia, dall’altro quelli che cercano di raccontare quello che vedono sono lasciati completamente soli.

Piercamillo Davigo ha analizzato alcuni ostacoli alla lotta alla mafia, che la aiutano a restare in vita: “la mafia non solo non è morta, ma gode di ottima salute”.

In particolare, Davigo ha fatto notare come le principali misure antimafia sono state il prodotto di gravi episodi violenti perpetuati dalla criminalità organizzata: “alcuni fenomeni sono ciclici: quando succede qualcosa di grave ci indignamo e chiediamo fermezza, ma dopo qualche hanno ci dimentichiamo di tutto questo e magari cominciamo pure a provare pena per chi è in carcere.

La mafia può essere fronteggiata se la tensione morale rimane alta e questo può succedere se la gente non dimentica”.

Anche Giuseppe Lo Bianco ha ricordato che dopo le stragi del ’92-’93 la gente era indignata e chiedeva giustizia, ma poi tutto ciò è stato dimenticato molto in fretta: “Già di alcuni fatti del ’95-’96, come la mancata cattura di Provenzano, non si sente parlare”. Proprio per questo Lo Bianco ha affermato di essere pessimista.

Un segnale positivo è rappresentato dalle varie organizzazioni, quali il “Presidio San Pietro di Rosà”, rappresentato da Lorenzo Signori che ha esortato i giovani a continuare la lotta contro la mafia.

Sull’importanza delle nuove generazioni è intervenuto anche Silvano Sarti che ha ricordato i sacrifici fatti dai partigiani per arrivare alla Costituzione: “Le nostre gambe sono stanche; noi vi si passa il testimone, bisogna che ora voi camminiate con le vostre di gambe”.

Per Andrea Bigalli, vicepresidente di “Libera Toscana” l’unico sistema per combattere la mafia è ritrovare la propria dignità perché “si tratta di fare una scelta di libertà”, come sottolineato anche da Silvano Sarti.

21.00 – Letture di Giulio Cavalli: “A cento passi dal Duomo”

INTERVENTO DI PRESENTAZIONE:

Questa sera, in continuità con la plenaria svoltasi nel pomeriggio nella quale si è messo in luce come la mafia non sia solo un fenomeno identificativo del Meridione, ma coinvolga endemicamente l’intero paese, ci accingiamo a presentarvi Giulio Cavalli, attore, scrittore e regista italiano, salito di recente alla ribalta per aver fatto rivivere attraverso il teatro vicende attuali e spesso controverse.

In questo caso, l’arte diventa infatti strumento essenziale per l’impegno civile, capace come pochi di arrivare alla sensibilità della gente attraverso una denuncia talvolta sfacciata, talvolta velata…ma sempre polemica!

Con la collaborazione di grosse personalità come Rosario Crocetta, Giovanni Impastato, Umberto Santino, Giuseppe Maniaci, Giulio ha ridato voce all’antimafia dal palcoscenico e a seguito del suo impegno, essendo più volte stato oggetto di minacce, vive da circa un anno e mezzo sotto scorta. Nonostante ciò prosegue instancabilmente nella sua denuncia con RadioMafiopoli e altri spettacoli. Al momento in teatro con la sua ultima rappresentazione, “A cento passi dal Duomo” scritta in collaborazione con Gianni Barbacetto, ci parla dei fattacci della Milano bene implicata con le cosche mafiose che oggi vestono i panni di una apparente rispettabilità permettendo alla politica e all’imprenditoria di risultare collusa solo ad occhi esperti.

Ma la mafia al Nord non rappresenta solo un pericolo per il corretto svolgimento della libera concorrenza…a Milano, e non solo, si uccide, come nel profondo sud. E se da un lato queste morti sembrano essere solo isolati casi di cronaca nera, in realtà sono il risultato della presenza capillare della Mafia in ogni dove.

Mercoledì 14 OTTOBRE

h 10.00 – Plenaria: “Come si arricchisce la mafia”

INTERVENTO DI PRESENTAZIONE:

Buongiorno, benvenuti a questa plenaria, nel secondo giorno della Quinta edizione del Forum Nazionale contro la mafia.

Quest’oggi vorremmo approfondire il tema dell’economia mafiosa, ovvero dei vari aspetti dell’arricchimento delle associazioni mafiose.

Sappiamo che la criminalità è la più grande, potente e pervasiva azienda del Paese, con un patrimonio così elevato che, per una stima del Direttore generale della Giustizia penale del Ministero dell’Economia, se entrasse nelle casse dello Stato, abbatterebbe il debito pubblico dal 104% a meno del 35% del Pil.

Umberto Santino ha scritto che “l’impresa è uno dei terreni più significativi su cui si esercita e si afferma la signoria territoriale dei gruppi criminali di tipo mafioso, si riproduce e si sviluppa il loro sistema di relazioni e si realizza la penetrazione nel tessuto dell’economia legale”.

Le organizzazioni mafiose continuano di accumulare capitale e ricchezze, godendo della collusione e delle connivenze di grosse fette delle amministrazioni locali e centrali, taglieggiando imprenditori onesti o sfruttando reti internazionali di traffici illeciti.

I tentacoli della mafia si estendono sopra vari settori dell’economia. C’è la mafia del cosiddetti colletti bianchi: quella della borghesia criminale, definita da Pinotti e Tescaroli “l’invisibile anello di congiunzione tra Stato e mafia” fatta di “finanzieri collusi, giudici corrotti, imprenditori e politici a libro paga dei boss”.

C’è la mafia dei traffici, di armi, di droga, di rifiuti, di esseri umani: attività illecite che incidono notevolmente ed in maniera fortemente negativa sulle economie private e statali, ma che hanno anche enormi e sconvolgenti effetti sulle vite delle vittime.

Quest’oggi vorremmo avere un quadro generale della situazione e poi approfondire in particolare tre aspetti del fenomeno:

  • traffici degli esseri umani: molte persone, generalmente migrati, vengono trattate come oggetti privi di qualsiasi valore, subiscono maltrattamenti e abusi. Questo è opera molto spesso di organizzazioni criminali e mafiose che sfruttano il senso di disperazione di quanti vanno incontro talvolta consapevolmente a tanta sofferenza pur di sfuggire a situazioni ben più aberranti nel proprio paese. Ma questo non è l’unica faccia della moneta. Ancora è quasi sconosciuta quel sostrato di povertà italiana di alcune zone particolarmente degradate in cui gli esseri umani, a partire dai più piccoli, nascono sapendo di essere merce.

  • traffici di rifiuti: vorremmo avere un quadro generale, sul panorama italiano, fatto di discariche abusive, di spostamento di rifiuti dal nord al sud Italia, ma soprattutto vorremmo approfondire la recente la notizia del ritrovamento, a largo delle coste calabresi, di una nave inabissata, carica di rifiuti speciali. Il ritrovamento è stato possibile grazie alla testimonianza di un pentito della ‘ndrangheta, che ha aggiunto un tassello importante alle indagini partite con una denuncia di Legambiente, del 1994. Emerge la struttura di un vero e proprio sistema, quello delle cosiddette navi dei veleni, molto probabilmente con trame internazionali e stretti collegamenti con lo Stato.

  • beni confiscati alla mafia: vorremmo cercare di capire con le logiche che hanno spinto lo stato italiano a scegliere di sottrarre terreni, edifici e patrimoni di individui appartenenti alla malavita organizzata per comprendere come questo meccanismo viene gestito e soprattutto quale effetti sortisca nella lotta alla mafia. C’è chi sostiene l’istituto considerandolo un buon traguardo di intervento statale. Altri invece si auspicano una riforma dell’istituto che promuova lo sfruttamento dei beni che da anni, durante i vari processi che si sono succeduti a carico di mafiosi, hanno finito per costituire un ampio patrimonio di fatto inutilizzato e vincolato.

Ne parleremo con:

 ANTONIO PEROLIZZI, di Legambiente, e curatore del Rapporto Ecomafie

ALESSANDRO SANTORO, parroco della comunità delle Piagge

RAPHAEL CALVELLI, attivista di “Taxjustice Network”

REPORT DELLA PLENARIA:

Raphael Calvelli ha evidenziato i principali meccanismi che consentono alla mafia di arricchirsi: la prima tappa è il trasferimento di soldi, per esempio delle plusvalenze, nei cosiddetti paradisi fiscali; la seconda tappa è il ritorno di questi capitali, ovvero il riciclaggio dei soldi sporchi. Calvelli ha sottolineato inoltre che un settore in cui tipicamente la mafia si inserisce e da cui trae grandi profitti è quello degli appalti, per esempio per la gestione dei rifiuti: offre prezzi non concorrenziali rispetto ad altre ditte che seguono procedure legali, ma che costano di più e “spesso lo Stato è obbligato ad accettare l’offerta migliore.

Una soluzione sarebbe rendere pubbliche le proposte, i programmi delle ditte che vincono questi appalti”.

Sulle possibilità remunerative che rivestono per le organizzazioni mafiose gli appalti è intervenuto anche Alessandro Santoro, che ha individuato quali altre fonti di guadagno anche il gioco d’azzardo e la prostituzione. Don Santoro si è inoltre soffermato sui principali ostacoli alla lotta contro la mafia che vengono dalla società civile: in primo luogo, un diffuso atteggiamento di sufficienza che porta a pensare che “così fan tutti” e non si può fare altrimenti; “un’altra difficoltà è reperire informazioni vere e credibili”. Don Santoro ha anche sottolineato come molti si indignano, “ma si continua a considerare questi fatti come distanti da noi; bisogna recuperare il senso di responsabilità. Io spero che voi vi sentiate indignati, che abbiate il desiderio di sentire e capire di più, ma anche che vi sentiate responsabili, perché, come diceva Don Milani, ‘ognuno è resposabile per tutto’”.

A tal proposito, Don Santoro ha anche citato Caselli: “loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi”.

Antonio Pergolizzi è intervenuto sui guadagni che la mafia ottiene con le Ecomafie e ha sottolineato come queste non riguardano solo le mafie, ma sempre più i colletti bianchi e costituiscono circa 1\4 del fatturato complessivo della criminalità organizzata. “Messina è l’ultimo esempio delle conseguenze dell’uso, dello sfruttamento dissennato del territorio, che è spesso legalizzato”. Pergolizzi è intervenuto inoltre sul tema delle navi dei veleni: “quando si parla di navi dei veleni si parla di un aspetto dell’industrialismo”.

In particolare, ha ricordato come fino alla relativa legge del 1997, le industrie “scaricavano scaricare rifiuti tossici ovunque, in Sierra Leone, in Somalia; quando siamo stati obbligati a recuperare questi fusti tossici, si è cominciato a parlare di navi dei veleni”. Nel 1992 entra in vigore la Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti oltre frontiera dei rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione che, tra le altre cose, vieta di scaricare rifiuti dal Nord al Sud: “guarda caso da allora la Campania si è riempita di rifiuti industriali che niente hanno a che vedere con il mondo industriale campano”.

La soluzione trovata dalla criminalità organizzata e dai colletti bianchi coinvolti è l’affondamento di queste navi: “questo offre due vantaggi: si truffa l’assicurazione e si smaltiscono a costo zero rifiuti tossici e nucleari”.

h 16.00 – Plenaria: “Informazione, intercettazioni, politica e mafia

INTERVENTO DI PRESENTAZIONE:

Buonasera, e benvenuti all’ultima ultima plenaria della Quinta edizione del Forum nazionale contro la mafia.

In questo appuntamento metteremo in luce le problematiche inerenti alle ultime disposizioni di legge che ledono la libertà d’informazione e all’informazione e che pongono serie limitazioni all’uso delle intercettazioni da parte della magistratura. Lo faremo facendo risaltare quell’atteggiamento mafioso che si è insinuato fra le pieghe dell’analisi che ci ha condotto ad affrontare questa delicata questione.

Le recenti graduatorie mettono l’Italia all’ottantesimo posto per la libertà d’informazione, e se consideriamo che proprio questo strumento risulta essere uno dei mezzi fondamentali del quale si serve il cittadino per acquisire senso critico e formulare un’opinione, possiamo a buon diritto temere che la democrazia stia subendo degli attacchi silenziosi.

Le ultime leggi che limitano le intercettazioni e la pubblicazione delle stesse su fatti e sentenze anche pregresse palesano la volontà di un legislatore che dietro il baluardo dell’interesse generale cela censure alla libertà di parola e di informazione, come se l’attività legislativa compiuta in nome del popolo fosse il tappeto sotto cui nascondere quanto c’è di sporco nella politica. Le numerose incongruenze che riporta il testo di legge dimostrano per esempio il chiaro tentativo di rendere inutili ed inutilizzabili uno strumento fondamentale per il perseguimento di reati di matrice mafiosa che solo a stadi avanzati delle indagini si palesano come tali: eppure la norma paradossalmente consente solo in questi ultimi casi l’utilizzo dello strumento delle intercettazioni. E non è tutto: possiamo constatare che spesso questo strumento investigativo è funzionale a rendere pubblici reati commessi dalla nostra classe politica. Ebbene, con l’attuale testo il timore che tali illeciti restino sotto un imbarazzante silenzio è più che fondato.

Queste vicende legislative si calano, a ben guardare, in un contesto assai più delicato: basti pensare alle vicende che hanno visto coinvolti alcuni magistrati sino a toccare la credibilità dei più alti vertici della magistratura. I continui interventi normativi volti a premiare la logica del più furbo o ad assecondare la pratica della deresponsabilizzazione. Infine la deliberata volontà di colpire l’opinione pubblica con interventi spettacolari supportati da sentimenti repressivi velatamente discriminatori, tralasciando quello che forse è il primo e il più importante problema dei nostri giorni: l’equilibrio costituzionale.

Proprio sui decreti che intendiamo analizzare in questa plenaria ben si riflettono i delicati valori che sono in gioco di cui abbiamo cercato di fare cenno e che vorremmo fossero affrontati dai nostri ospiti:

ANTONIO INGROIA, procuratore aggiunto della DDA di Palermo

PETER GOMEZ, Giornalista e scrittore

PINO MANIACI, Giornalista e Direttore di Telejato

GIOVANNA MAGGIANI CHELLI, portavoce dell’Associazione ‘Tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili’

ROSARIO CAUCHI, Giornalista

Grazie.

REPORT DELLA PLENARIA:

Antonio Ingroia ha ricordato come la storia d’Italia sia stata sempre storia di stragi, a cominciare da Portella della Ginestra: “si potrebbe raccontare la storia d’Italia attraverso le stragi, ma anche come storia d’impunità dei mandanti delle stragi”. Secondo il magistrato la giustizia è riuscita solo, nella migliore delle ipotesi, a dare una mezza verità ai familiari delle vittime questo perché “all’indomani di questi fatti di grande emozione si è costruito un movimento d’opinione che si fondava proprio su una forte richiesta di verità e giustizia, ma possiamo raccontare la storia degli ultimi 15 anni come il fronteggiarsi di 2 posizioni: un’Italia che quella verità la vuole e una che non la vuole, ne ha paura e mette a tacere la prima”.

Secondo Ingroia, alla fine degli anni ’90 si era arrivati sulla soglia si scoprire la verità sul periodo stragista, ma poi si sono fatti dei passi indietro, per esempio con la legge sui collaboratori di giuatizia e con una costante campagna di delegittimazione della magistratura. Recentemente “sono emersi dei brandelli di verità nuovi che stanno consentendo di investire con fasci di luce alcuni punti oscuri.

La verità su organizzazioni segrete come Cosa Nostra si può però ottenere solo dall’interno e in questo senso le intercettazioni sono fondamentali e hanno caratterizzato da sempre i processi contro la mafia, fin dai tempi del ‘maxiprocesso’”.

Per tutti questi motivi Ingroia concorda con l’ANM quando ha definito il nuovo ddl sulle intercettazioni “una pietra tombale per la giustizia”.

Inoltre, ha sottolineato come per placare le polemiche, questo ddl venga accompagnato da falsità, per esempio quella secondo la quale le intercettazioni etichettate come di mafia saranno sottoposte alla setssa disciplina attuale: “questo è vero solo in parte: è vero che il ddl è stato modificato per salvare questo tipo di intercettazioni, ma tutti gli addetti ai lavori sanno che la gran parte delle intercettazioni che poi aprono indagini contro la mafia, non nascono con questa etichetta” e questo vale soprattutto per quei personaggi che non sono noti mafiosi, “per gli insospettabili, per i colletti bianchi. E di questo chi ha proposto questo ddl è ben consapevole”.

Ingroia ha chiuso il suo intervento ricordando che quando venne meno lo strumento fondamentale dei collaboratori di giustizia “ci dissero: ‘dedicatevi ad altri strumenti d’indagine, come le intercettazioni’”.

Rosario Cauchi ha evidenziato i problemi che si incontrano quando si cerca di fare informazione in luoghi come Gela o Caltanissetta: “c’è un contatto diretto con i soggetti di cui scrivi e questo è problematico perché devi necessariamente esporti”. Cauchi ha affermato di non aver mai avuto problemi a pubblicare determinate notizie, ma chiunque, editori inclusi, fa pressioni affinché si mantengano dei toni blandi “e quindi inevitabilmente ti impone dei vincoli o comunque una sorta di attenuazione”. Infine, Cauchi ha sottolineato come i problemi connessi alla libertà d’informazione, di cui attualmente si parla molto, “a livello locale sono inevitabilmente quadruplicati, amplificati e la legislazione nazionale non arriva in appoggio a una certa attività”.

Giovanna Maggiani Chelli ha affermato che è vero che fare informazione è molto difficile, ma secondo l’associazione da lei rappresentata c’è una malafede in tutta l’informazione, a prescindere dall’appartenenza politica: “a ridosso di una manifestazione sulla libertà di stampa, non si è detto che le stragi del ’93 sono state la conseguenza di tanti che sapevano della trattativa tra Stato e mafia e che hanno taciuto. L’informazione si è concentrata solo sulla morte di Borsellino, dalla quale anche noi ci sentiasmo profondamente toccati, ma ci permettiamo di pensare che la madre di tutte le stragi del ’92-’93 siamo noi perché si sanno le ragioni per cui la mafia voleva la morte di Falcone e Borsellino, ma il vero movente della strage di Via dei Georgofili ancora è sconosciuto: sono stati piazzati 300 chili di tritolo in un posto che non era vicino a una caserma né era frequentato da magistrati, non era un punto sensibile in questo senso”.

Pino Maniaci si è soffermato sulle difficoltà che riscontra a fare informazione a livello locale, già evidenziate da Cauchi: “ti capita di uscire e al bar incontrare il mafioso di cui hai parlato 5 minuti prima”. Tra gli ostacoli che Maniaci deve affrontare quotidianamente spiccano le querele: “credo di essere il più querelato d’Italia: ho 277 querele”.

Maniaci ha inoltre sottolineato come l’ordine dei giornalisti non sia aperto verso chi giornalista non è, ma fa informazione: “non mi sono iscritto all’Ordine dei giornalisti perché non credevo che per scrivere nome e cognome dei mafiosi che camminano per la citta servisse un tesserino. È venuto da me il presidente dell’Ordine per chiedermi di fare il tesserino. Io sono stato assolto dall’accusa di esercizio abusivo della professione grazie all’articolo 21 della Costituzione. Io continuerò a informare con o senza tesserino”.

Infine, Maniaci, ricordando quanto siano fondamentali le intercettazioni per le indagini antimafia, si è soffermato sulle potenziali conseguenze negative che avrebbe il nuovo disegno di legge in materia, di cui tanto si parla: “noi non potremmo parlare dei processi finché non è uscita la sentenza della Cassazione; non potremmo parlare dei processi a Dell’Utri e a Cuffaro. Io continuerò a farlo comunque”.

Peter Gomez ha spiegato l’importanza di un’informazione indipendente e i principali motivi per cui questo tipo di informazione è praticamente assente nel nostro paese: “è preoccupante che la persona che è adesso al governo, Silvio Berlusconi, abbia iniziato la sua carriera politica grazie a un signore condannato in primo grado a 9 anni per fatti di mafia. Anch’io dico che non dev’essere la magistratura a selezionare la nostra classe politica perché non conta se Dell’Utri magari verrà assolto, ma alcuni fatti incontrovertibili, che non sono di destra o di sinistra, rimangono: è un fatto che Dell’Utri ha detto di aver avuto rapporti continuati per una trentina d’anni con uomini di Cosa Nostra, anche se lui ha dichiarato che non sapeva che si trattava di mafiosi. I fatti restano e vanno raccontati. Nel nostro paese questo non succede”. Gomez ha sottolineato come l’informazione non sia libera proprio perché essendo questi fatti incontestabili, getterebbero un’ombra su molti politici e a tal proposito il giornalista ha fatto l’esempio del processo Dell’Utri che non è stato seguito da nessun giornale: “se le cose vengono raccontate è più difficile per un collegio fare delle porcate, mentre se c’è silenzio è difficile poi cvapire se un’assoluzione o una condanna sono viziate”.

Questo si ripercuote sulla struttura dei giornali: “chi scrive di queste cose non fa carriera, gli altri sì. Poi ci sono casi particolari, come il mio, di giornalisti che riescono a far carriera con i libri, non con gli articoli di giornale”.

Gomez si è detto inoltre d’accordo con Giovanna Maggiani Chelli sul fatto che le stragi del ’93 sono state la conseguenza della trattativa tra Stato e mafia, aggiungendo che la mafia smise di ricorrere alle stragi perché evidentemente aveva trovato altri canali: “la mafia non stava dialogando con quelli di prima perché con loro non aveva ottenuto quello che voleva, come l’abolizione del 41 bis; vuol dire che dialogavano con altri inetrlocutori. Se questi nuovi protagonisti della trattativa siano Berlusconi e Dell’Utri noi non lo sappiamo, ma ci sono alcuni fatti che non si possono negare”.

A proposito delle intercettazioni, Gomez ha sottolineato come il ddl che il governo vuole fare passare, non è una novità: “quando Mastella era ministro di Grazie e Giustizia per il centrosinistra aveva proposto a uno dei due rami del Parlamento qualcosa di molto simile; era anche interesse loro che non si parlasse di alcune cose”. Gomez ha affermato che tutto questo non è casuale “e la cosa grave è che l’opposizione non lo dice che non è casuale”. Nonostante tutto ciò “non dobbiamo essere pessimisti – ha concluso Gomez – internet ci dà una mano”.